Pontificia Università Gregoriana

Facoltà di Teologia

Esposizione della Tesi di Dottorato di P. Antonino Spadaro S.I. - Roma, 8/11/2000

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L'uomo in attesa di salvezza

Un approccio teologico-fondamentale

all'opera letteraria di Pier Vittorio Tondelli (1955-1991)

 

L’interesse per lo scrittore Pier Vittorio Tondelli mi proviene da un previo e prolungato contatto con le sue opere in vista della redazione di un saggio per la rivista La Civiltà Cattolica. L’interesse è andato crescendo, anche grazie al fatto che la famiglia Tondelli mi ha permesso di contare sulla lettura di materiali inediti e di studiare a contatto diretto con la biblioteca personale dell’autore. Visto che hanno deciso di onorare questa difesa con la loro presenza qui questa sera, intendo ringraziare di cuore il fratello e la cognata dello scrittore, senza l’aiuto, il sostegno e la consulenza dei quali non avrei potuto sperare di poter mettere mano alla ricerca, che è divenuta esperienza di vita e di ascolto di un’umanità intensa, complessa, contraddittoria, ricca, pur con luci e ombre.

Il motivo del lavoro di approfondimento è stato almeno duplice. Il primo consiste nella rilevanza dell’eredità di Tondelli nell’ambito della recente letteratura italiana, e questo nonostante la brevità della sua esperienza di scrittore, a causa della precoce scomparsa all’età di 36 anni nel 1991. La sua opera è già considerata un "classico" (è stato appena pubblicato il primo volume dell’edizione critica dell’opera omnia all'interno di una prestigiosa collana editoriale) e su di essa numerose sono le tesi assegnate o già discusse in varie Università italiane e del mondo. Attualmente è in corso di svolgimento una tesi di dottorato presso l’University College di Londra.

Il secondo motivo dell’interesse per l’opera di Tondelli consiste nell’intensità della sua esperienza letteraria, inscindibilmente legata ai nuclei vitali di un’esistenza umana aperta in maniera complessa alla trascendenza e che si è svolta in pieno contesto di postmodernità italiana. La presente ricerca risente degli echi del volume L'homme moderne devant le salut di Charles Möeller. In quel libro, pubblicato nel 1965, il ben noto letterato e teologo aveva studiato le diverse e spesso contrastanti impostazioni degli uomini moderni di fronte alla questione fondamentale della salvezza, esaminando alcuni degli scrittori più rappresentativi del suo tempo (Péguy, Eliot, G. von le Fort,…). La questione posta da Möeller per l'uomo "moderno" a nostro giudizio è valida anche per l'uomo "postmoderno" e l'opera di Tondelli, che si colloca nel cuore del postmoderno italiano, è certamente un buon punto di osservazione e di riflessione. L’argomento della tesi dunque consiste nella ricerca di una fenomenologia letteraria dell’attesa della salvezza attraverso l’opera tondelliana.

La tesi fonda la propria ideazione e la propria plausibilità sulla coscienza che l’attesa di salvezza ha nella parola letteraria un luogo proprio d’espressione. La letteratura, se intesa come essenzialmente frutto di riappropriazione dell’esperienza umana nel linguaggio creativo, si oppone radicalmente all’inautenticità e fa appello, almeno implicito, a una "salvezza" da questa condizione. Si tratta di una consapevolezza che R. Latourelle ha ben espresso: la parola letteraria, a suo giudizio, "scaturisce dalla persona in ciò che questa ha di più irriducibile, nel suo mistero […]. È la vita che prende coscienza di se stessa quando raggiunge la pienezza di espressione, facendo appello a tutte le risorse del linguaggio".

Giovanni Paolo II, nella sua Lettera agli Artisti, ha ribadito che l’arte "scopre gli abissi che abitano l’uomo, mentre la rivelazione, e poi la teologia, li assumono per dimostrare come Cristo giunge ad attraversarli e a illuminarli". A questi abissi, continua il Pontefice, la letteratura è anche "via d’accesso". Il primo e radicale "abisso" è proprio quello aperto e costituito dall’attesa di salvezza. La teologia di frequente, se tiene la questione della salvezza in casa propria, per parlare del bisogno, del desiderio, dell’attesa (tre livelli differenti, ma considerabili in progressione) di essa ricorre volentieri sempre più spesso alla letteratura.

Il primo testo narrativamente e poeticamente significativo, necessario per aprire il campo tematico della ricerca, è proprio quello della Sacra Scrittura, campo all’interno del quale la tesi compie una succinta perlustrazione sul tema dell’attesa della salvezza a partire dall’esperienza del "peccato d’origine" fino agli appelli salvifici del Nuovo Testamento. La Bibbia in questo senso, come ha ricordato il Pontefice agli artisti, si rivela come un "immenso vocabolario". La ricchezza della teologia biblica della salvezza segna con forza la percezione che la Chiesa ha delle domande di salvezza proprie della cultura contemporanea, specialmente dal Vaticano II in poi. La Chiesa si riconosce in un radicale atteggiamento di ascolto e di discernimento e avverte l’uomo come essere di domanda e di attesa di risposte, intento a fare i conti con il proprio cor inquietum in tensione verso la pienezza della propria esistenza, la realizzazione definitiva di un’autentica esistenza completa.

Pensando a un approccio teologico-letterario circa l’attesa di salvezza, verrebbe innanzitutto da dedicarsi all’analisi di autori che abbiano fatto una scelta abbastanza lineare, chiara e tematica di fede. La scelta sarebbe corretta. Si tratterebbe di scrittori "teologi" che non potrebbero essere compresi in quanto artisti mettendo tra parentesi la loro fede. Tuttavia, a ben vedere, la teologia, se viene arricchita da questi contributi, può anche guardare con estremo interesse ad autori che non le vengono riconosciuti come "suoi" e questo può avvenire proprio per l’indole espressiva propria delle arti e della letteratura. La Gaudium et spes lo ha evidenziato con forza.

Il nostro itinerario ha dunque inteso solcare le orme di uno scrittore contemporaneo non palesemente "teologico". Anzi le tematiche che emergono dai suoi scritti e certe modalità espressive sono apparse ad alcuni in netto contrasto con il rispetto della morale comune e della religione. Decidere di tentare l’approccio teologico a un’opera simile ha dunque comportato la necessità spinosa di interrogarci sul metodo. Ma, ad esempio, con il teologo Karl Rahner e la scrittrice di fede cattolica Flannery O’Connor occorre distinguere: non è la dirittura morale a dire la valenza teologica di un testo, di un’opera d’arte. Anzi, forse al contrario, per un autore cristiano, direbbe la O’Connor, "guardare alle cose peggiori non sarà per lui nient’altro che un atto di fede in Dio". Lo scrittore, e a maggior ragione il critico cattolico, non deve aver paura di guardare la realtà del peccato e dell’attesa di salvezza, anche nei suoi termini più crudi.

Il punto di partenza dell’approccio teologico alla letteratura vissuto in questa tesi sta nel fatto che il testo è una successione di segni significanti che raggiunge tutta la propria capacità di significare solo attraverso la lettura: non si può parlare di significati del testo a prescindere dalla collaborazione del lettore, "costretto" a interrogarsi sulle intenzioni dell’opera. Dunque la lettura non è un processo di interiorizzazione ma di interazione. Il suo significato è potenziale e fa appello ad un coinvolgimento dinamico, stabilendo collegamenti tra attese, ricordi e protensioni. Il momento in cui la letteratura raggiunge la sua maggiore efficacia è quello in cui pone il lettore nella situazione di ricevere una soluzione per la quale deve, a sua volta, trovare le domande adeguate, quelle che costituiscono il problema estetico e morale posto dall’opera.

Alla luce di queste considerazioni, la tesi cerca di porre in evidenza come l’opera tondelliana sia in grado di stimolare e concostituire una esperienza di attesa di una salvezza, di una "uscita di sicurezza", per usare un’espressione dello scrittore. Una direzione feconda nell’analisi teologica è infatti non quella di ricercare contenuti vagamente "edificanti", ma proprio quella di entrare dentro i bisogni che la parola dell’espressione umana rende con efficacia e coglierne le radici e le "linee di fuga" profonde (e dunque, probabilmente, non immediatamente visibili) in direzione delle attese fondamentali di un essere umano.

L’opera di Tondelli coinvolge e svela un volto umano, mostrando una personalità alle prese col senso del limite, dell’angoscia e dell’abbandono in un tempo – gli anni Ottanta – segnato dall’uscita dal primato del politico e dall’immersione nel vortice del postmodernismo culturale e mediatico del "gran serraglio balbuziente". Tondelli si era formato in un contesto parrocchiale e di paese. Il passaggio dal proprio borgo a Bologna, la grande città postmoderna e creativa di quegli anni, ha comportato l’instaurarsi di forti tensioni centrifughe e divergenti anche dal punto di vista del vissuto di fede. La sua narrativa, anche quella più apparentemente lontana dalla scelta religiosa, presenta tracce profonde della formazione precedente, specialmente di indole soteriologica.

Queste tracce non sono certo fossili, in quanto evolvono, si sviluppano fino ad approdare a un profilo teologico evidente e legato alla croce di Cristo. Anche nelle sue interviste e scritti di riflessione Tondelli, dopo aver attraversato periodi di simpatia per climi religiosi orientali, riconosce che per lui il cristianesimo è la sola strada realmente praticabile. Certo non un cristianesimo "borghese", né totalmente sereno, ma un cristianesimo, anzi un cattolicesimo inquieto che sa citare come riferimenti J. Danielou, K. Barth, D. Bonhoeffer, P. Teilhard de Chardin, dom H. Cámara, il card. M. Pellegrino, don Mazzolari e don Milani. Questa inquietudine, che da bisogno prende lentamente il volto dell’attesa, ha il potere di scuotere il lettore che non si pone domande e che non percepisce la sua radicale condizione di essere in attesa di salvezza perché si sente "sazio". Tondelli scrive chiaramente che ha sempre detestato la gente soddisfatta, si muove all’interno di un bisogno di assoluto e trova davanti a sè "crepe e abissi".

Il contesto culturale degli anni Ottanta è segnato da spinte che potremmo dire prometeiche e dionisiache, intese come forme di desiderio. Esse non sono da scartare come nefaste in sé, ma semmai si deve constatare che falliscono irrimediabilmente, se la loro forza non è ricentrata proprio sull’"attesa". Se alle forme dionisiache o prometeiche di desiderio venisse dato credito definitivo, la vocazione iscritta nell’uomo sin dalla creazione si tramuterebbe in tentazione: l’uomo vorrebbe procacciarsi da solo la salvezza. Tondelli in fondo esprime il fallimento cosciente di questa via.

D’altra parte la salvezza, anche se non è semplicemente conforme al bisogno umano, incontra l’uomo che ha di essa concreto bisogno. Nell’Incarnazione Dio ha assunto la natura bisognosa dell’uomo. La salvezza può sovvertire i bisogni umani, ma il grido dell’uomo parte proprio dal bisogno. Se l’uomo non provasse radicalmente e sperimentalmente questa ferita, il kerygma gli scivolerebbe addosso. Da qui la necessità di un esame attento di come questo bisogno si manifesta e si esprime. In Tondelli troviamo l’immersione nelle forme prometeiche e dionisiache e dunque ci siamo trovati ad affrontare direttamente la dimensione del bisogno della salvezza espresso in queste modalità per coglierne le radici e le "linee di fuga" e di "at-tesa". Attraversare l’opera tondelliana risulta essere proprio un attraversamento di quest’attesa. La salvezza è non un "dopo", un "al-di-là", una meta, ma un cammino, un attraversamento sostanziato dal desiderio.

La prima parte di quest’opera (Altri Libertini, Pao Pao) si ritrova all’interno di una tensione tra Legge e Grazia, alla ricerca di una salvezza intesa come Eden perduto. Abbiamo visto in effetti come l’uomo, di natura propria, nasce "appagato", protetto e avvolto dall’esperienza del grembo materno. Tuttavia intendere il desiderio come un mero "ritorno" a quella condizione iniziale, a quell’Eden perduto, chiuderebbe la tensione dell’uomo in un narcisismo senza sbocchi. La salvezza cristiana non si deduce dai bisogni dell’uomo, neanche dal suo bisogno di totalità. La salvezza può solo essere "invocata". Nelle storie di Altri libertini la cifra per comprendere il libertinaggio "altro" dei giovani protagonisti è in modo esplicito la salvezza. Accade una sorta di "discesa agli inferi" espressa in termini giudicati anche offensivi per la morale e la religione.

Tuttavia, a ben guardare, nei primi scritti tondelliani si avverte l’esigenza di una dimensione ulteriore verso la quale si viaggia in una sorta di "assoluto avventuroso". La conclusione sarà che la radice dell’amore per la vita non appartiene al libertino: "Io penso che chi ama la vita non sia un gaudente, il libertino, ma il monaco perché questi cerca l’assoluto". Il senso del bisogno, della penuria, dell’attesa e della ricerca sono date innanzitutto da questa apertura selvaggia ad un al-di-là. Come Rimbaud afferma nella sua Une saison en enfer che la "carità" è la "chiave" per la libertà nella salvezza, così Tondelli alla fine della sua vita, quando si sentirà addosso la sorte dei suoi personaggi, si rivolgerà alla Traduzione della prima lettera ai Corinti di Giovanni Testori, il più rimbaudiano dei poeti italiani, per avere risposta: "Se […] non ho carità,/ cembalo sono/ che appena tinnisce". Gli "altri libertini" in realtà sono giovani che fanno l’esperienza paolina della sottomissione alla carne e alla Legge, proprio in virtù della schiavitù della "paura della morte" (Ebr 2, 15).

In Altri libertini manca quella superbia che impedisce di attendere una salvezza. Qui si ha bisogno di un intervento che possa attuare un processo di "redenzione". La "stagione all’inferno" prende corpo e forma grazie ad una percezione di tipo pascaliano: i personaggi si autointerpretano come "scartini" nell’universo. Tuttavia non vengono consegnati irrevocabilmente ad una situazione di precarietà senza soluzione. La loro perifericità, oltre a creare una situazione di affiatamento e di solidarietà nell’essere marginali, rende viva l’attesa di un altrove generoso, al di là dello spaesamento.

In Pao Pao domina il "vagare per sentieri che non conosciamo" alla ricerca disperata di una "misteriosa e armonica frequenza che schiude il senso e fa capire". Si tratta di qualcosa di più del legame creato dalla fantasia tra istanti della vita: tocca con candore i significati dell’esistere e non solo le sue rappresentazioni. L’antropologia in nuce in queste pagine vede dunque l’uomo come perso nell’universo, smarrito, ma cosciente di avere in sé un’inquietudine che lo spinge sempre a trovare una via d’uscita che lo salvi da un vagare anodino. Il senso c’è, ma spesso non è dischiuso. Ciò che può dischiuderlo è una "misteriosa" e "armonica" frequenza. Il richiamo al mistero dice che l’uomo-"scartino" non è accartocciato irrimediabilmente su se stesso, ma è aperto al senso. In attesa, nella condizione di precarietà, anche la sessualità "generosamente" abnorme e l’affiatamento del branco ci indica la ricerca di un territorio di autenticità, di donazione, di comunicazione senza barriere in un contesto segnato da una desolazione del terreno che qualcuno ha voluto accostare a quella espressa da Jacopone da Todi.

Nella scrittura saggistica del Weekend postmoderno Tondelli si immerge nel contesto degli anni Ottanta, rivelando l’inevitabile dissolversi delle luci al neon di una società impostata sulla spettacolarizzazione: vanità delle vanità. L’ossimoro degli stili della società che emerge nelle due opere è un grido contro l’inautenticità e la dannazione generazionale, intrisa di una cultura della trasgressione che rende impossibile una parola di salvezza. L’occhio tondelliano è felicemente strabico: ora è rivolto all’attualità dell’effimero e del superficiale, ora invece è tutto concentrato sull’essenziale, sulle dinamiche profonde, restituendo al lettore la necessità di compiere un discernimento attento. L’attesa resta viva, ma assume i toni ora della tragedia ora dell’ironia. Tondelli infatti approfondisce il suo sguardo verso le corde più profonde dell’animo umano alla ricerca di quel punto sensibile che porta l’uomo su una "soglia", che stabilisce il limite dopo il quale egli non può che trasformarsi radicalmente in un essere di attesa e di desiderio. L’esperienza della soglia è una esperienza di inferno e paradiso: di desolazione e di apertura radicale e morbida dell’essere personale alla "contemplazione".

In Dinner Party l’attesa è tenuta viva grazie al continuo sbatter la testa da parte dei personaggi sul muro di un’esistenza senza porte né finestre. Il punto fermo è la coscienza, che è cassa di risonanza e di elaborazione critica dei significati. Si ha spesso l’impressione che la "mondanità" tondelliana sia solo un bluff o un residuo di provincialismo o un tentativo di essere à la page in un contesto artistico molto esuberante e frizzante. Le sue pagine più autentiche infatti sono quelle legate alla solitudine, alla riflessività, ai territori più interiori dunque e meno luccicanti.

Con Rimini si approfondisce questo spazio interiore a confronto con un contesto di vita che appare come l’apoteosi dell’inautenticità, il "divertimentificio" della riviera riminese. Al di là del fallimento di un prometeismo d’accatto restano delle tensioni centrifughe che definiscono l’uomo come bisognoso di assoluto. Le crepe e gli abissi sono aperte dall’esperienza dell’insoddisfazione e dell’abbandono. Rimini rappresenta la narrazione nella quale una sorta di "poetica del trascendere", come la potremmo definire in breve, si presenta con connotazioni dichiaratamente religiose: l’inquietudine di amare Dio, la ricerca inesauribile di Lui, il non accontentarsi di averlo trovato, il voler – al di là di ogni soddisfazione – riposare in Lui, il vedere crepe e abissi dove gli altri vedono piccole fessure, la sua Grazia come guida alla vita. Egli è mosso da quell’irrequietezza così ben descritta quattro secoli fa dal poeta teologo George Herbert quando, resosi conto che Dio dà tutto all’uomo, bellezza, sapienza, onore, gioia, ma non la quiete, fa dire al Creatore:

Tenga pure, dunque, tutto il resto,

Ma lo tenga in dolente irrequietezza;

Sia ricco e inquieto, in modo che alla fine

Se non lo guida bontà, l’inquietudine

Lo getti sul mio petto.

(The pulley – La puleggia)

Nelle espressioni tondelliane anzi riconosciamo una sorta di eccedenza di Grazia rispetto alla capacità umana che spinge l’uomo stesso all’autotrascendenza: "Cercherai Dio per tutta la vita e questo basterà a salvarti". La via del raggiungimento della salvezza attraversa l’esperienza dell’insufficienza, o meglio, della vanità e dell’inadeguatezza: crollano gli idoli affettivi, di successo o di creatività riconosciuta e si apre lo spazio dell’attesa, scandito da quella sorta di "calendario litugico" che è Biglietti agli amici. Sarà Camere separate infatti, cioè il romanzo successivo, a dare una dimensione più esplicitamente cristiana all’attesa della salvezza emersa negli scritti precedenti. Si tratta del romanzo più ustionante per lo scrittore che, in una lettera al suo editore francese, scrive: "sto lavorando a Camere separate, strappandolo letteralmente dalla mia pelle". Qui cogliamo almeno alcune emergenze rilevanti :

1. l’esperienza della corporeità diventa cifra di trascendenza. Nonostante tutte le ambiguità, l’esperienza della corporeità sessuata non è "prometeica" nè "dionisiaca" né meramente gaudente. È invece intrinsecamente legata all’esperienza della finitudine, della precarietà, dell’appello, di un rinvio anche connotato teologicamente. Il corpo porta con sé il sigillo della finitezza e, proprio per questo, è cifra di un rinvio al di là di sé. Non troviamo dunque una superbia del corpo soddisfatto e appagato, ma la direzione di una tensione che non intende annullare la finitezza del cor inquietum, ma che anzi la proietta verso il superamento doloroso di un narcisismo fondamentale

2. la scrittura assume i toni della meditazione, di un lavoro interiore di scavo. Tondelli, come abbiamo dimostrato nella tesi, assume (a volte letteralmente copia) alcune espressioni di un libro di meditazioni sulla preghiera e li riversa nella propria scrittura, reinterpretandola nella linea del discernimento. Il cosciente rifiuto di certo sperimentalismo verso cui spingeva il clima letterario degli anni in cui Tondelli scriveva trova in questo approccio meditativo una conferma e un sigillo

3. la sofferenza dell’abbandono rinvia all’abbandono di Cristo crocifisso e all’esperienza di superamento, di resurrezione. La morte del personaggio Thomas è letta alla luce della Passione di Cristo. Anche alcuni ricordi d'infanzia di Leo, il protagonista, sono illuminati da questa luce. Più avanti però a quella figura del "Cristo Morto, con le ferite sanguinanti, la corona di spine, i buchi dei chiodi, il costato lacerato" si sovrappongono sia l'immagine di Thomas "torturato e morto" sia la prefigurazione del corpo già morto del protagonista Leo. Il Tondelli autore di queste pagine sapeva già che la malattia non lo avrebbe risparmiato. Cristo, Leo e Thomas si incontrano nell’abbandono, in questa loro "discesa agli inferi". Si tratta di quell'esperienza così efficacemente descritta dal card. Ratzinger in una sua meditazione sul Sabato Santo. Egli infatti considera l'inferno come un "abbandono talmente profondo, da non permettere più ad alcun "tu" di giungervi". Ma, continua, là "dove nessuna voce è più in grado di raggiungerci, Cristo è tuttora presente. […] in seno alla morte pulsa ora la vita". E Tondelli in modo simile scrive: "proprio in quell’Altrove, che è lo spazio del dolore e dell’abbandono, si cela Dio". La solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che essa è stata abitata da Dio stesso.

4. In questa esperienza Leo recede dalla "cancellazione dell’Assoluto" e il percorso esistenziale diviene attraversamento di un lungo sabato santo, un cammino nella notte oscura della desolazione verso una accettazione della finitezza e l’accoglienza del "seme di vita sepolto nella propria mortalità". L'esatto contrario del celebre "Discorso del Cristo morto" (1789) di Jean Paul (Richter) che si conclude con il "silenzio del vuoto spalancato". La speranza dunque, nonostante tutto, resta viva e di questa grazia il protagonista Leo sarà custode: "Lui culla, nel profondo, questo seme, lo scalda, assiste alla sua crescita cercando di crescere con lui", celebrando "come liturgia la vita stessa". Siamo nel territorio della salvezza, una salvezza che corrisponde alle attese fondamentali di un essere umano e che vive una dinamica chiaramente pasquale. Contro l’esperienza paralizzante della morte troviamo la tensione alla speranza, segnata dalla puntura di un insolito "metaphysical bug".

Negli ultimi scritti inediti d’ospedale Tondelli comprende come il senso più profondo del percorso degli "altri libertini", protagonisti della sua prima raccolta, ora egli lo stia vivendo sulla propria pelle. Il processo di discernimento si approfondisce, si allarga, diventa – come lo definisce lo scrittore negli appunti per un'opera mai realizzata dal titolo Sante Messe– "la santità, il percorso che io cerco di intraprendere". Come non mai, Tondelli si rende conto che la letteratura non salva. Giunge a questa conclusione in un appunto da lui scritto di notte e con la mano tramante e da me ritrovato, non senza stupore e commozione, all’intero dell’ultimo libro che egli ha letto: la Traduzione della prima lettera ai Corinti di Testori. Scrive Tondelli: "la letteratura non salva, mai […]. L’unica cosa che salva è l’Amore, la fede e la ricaduta della Grazia". Forse è un ricordo bruciante e vivo di una espressione scritta da un altro autore irrequieto, J. Cocteau in una sua lettera a J. Maritain: "La letteratura è impossibile […] solo l’amore e la Fede ci consentono di uscire da noi stessi". Le ultime parole che Tondelli scrisse sono: "La Preghiera continua, le suore che alle 3 dicono le lodi, c'è qualcuno che prega per te…". Si conclude così l’itinerario ardente e complesso di uno scrittore il cui percorso si configura radicalmente come un’attesa di salvezza.