Linteresse per lo scrittore Pier Vittorio Tondelli mi proviene da un previo e prolungato contatto con le sue opere in vista della redazione di un saggio per la rivista La Civiltà Cattolica. Linteresse è andato crescendo, anche grazie al fatto che la famiglia Tondelli mi ha permesso di contare sulla lettura di materiali inediti e di studiare a contatto diretto con la biblioteca personale dellautore. Visto che hanno deciso di onorare questa difesa con la loro presenza qui questa sera, intendo ringraziare di cuore il fratello e la cognata dello scrittore, senza laiuto, il sostegno e la consulenza dei quali non avrei potuto sperare di poter mettere mano alla ricerca, che è divenuta esperienza di vita e di ascolto di unumanità intensa, complessa, contraddittoria, ricca, pur con luci e ombre.
Il motivo del lavoro di approfondimento è stato almeno duplice. Il primo consiste nella rilevanza delleredità di Tondelli nellambito della recente letteratura italiana, e questo nonostante la brevità della sua esperienza di scrittore, a causa della precoce scomparsa alletà di 36 anni nel 1991. La sua opera è già considerata un "classico" (è stato appena pubblicato il primo volume delledizione critica dellopera omnia all'interno di una prestigiosa collana editoriale) e su di essa numerose sono le tesi assegnate o già discusse in varie Università italiane e del mondo. Attualmente è in corso di svolgimento una tesi di dottorato presso lUniversity College di Londra.
Il secondo motivo dellinteresse per lopera di Tondelli consiste nellintensità della sua esperienza letteraria, inscindibilmente legata ai nuclei vitali di unesistenza umana aperta in maniera complessa alla trascendenza e che si è svolta in pieno contesto di postmodernità italiana. La presente ricerca risente degli echi del volume L'homme moderne devant le salut di Charles Möeller. In quel libro, pubblicato nel 1965, il ben noto letterato e teologo aveva studiato le diverse e spesso contrastanti impostazioni degli uomini moderni di fronte alla questione fondamentale della salvezza, esaminando alcuni degli scrittori più rappresentativi del suo tempo (Péguy, Eliot, G. von le Fort, ). La questione posta da Möeller per l'uomo "moderno" a nostro giudizio è valida anche per l'uomo "postmoderno" e l'opera di Tondelli, che si colloca nel cuore del postmoderno italiano, è certamente un buon punto di osservazione e di riflessione. Largomento della tesi dunque consiste nella ricerca di una fenomenologia letteraria dellattesa della salvezza attraverso lopera tondelliana.
La tesi fonda la propria ideazione e la propria plausibilità sulla coscienza che lattesa di salvezza ha nella parola letteraria un luogo proprio despressione. La letteratura, se intesa come essenzialmente frutto di riappropriazione dellesperienza umana nel linguaggio creativo, si oppone radicalmente allinautenticità e fa appello, almeno implicito, a una "salvezza" da questa condizione. Si tratta di una consapevolezza che R. Latourelle ha ben espresso: la parola letteraria, a suo giudizio, "scaturisce dalla persona in ciò che questa ha di più irriducibile, nel suo mistero [ ]. È la vita che prende coscienza di se stessa quando raggiunge la pienezza di espressione, facendo appello a tutte le risorse del linguaggio".
Giovanni Paolo II, nella sua Lettera agli Artisti, ha ribadito che larte "scopre gli abissi che abitano luomo, mentre la rivelazione, e poi la teologia, li assumono per dimostrare come Cristo giunge ad attraversarli e a illuminarli". A questi abissi, continua il Pontefice, la letteratura è anche "via daccesso". Il primo e radicale "abisso" è proprio quello aperto e costituito dallattesa di salvezza. La teologia di frequente, se tiene la questione della salvezza in casa propria, per parlare del bisogno, del desiderio, dellattesa (tre livelli differenti, ma considerabili in progressione) di essa ricorre volentieri sempre più spesso alla letteratura.
Il primo testo narrativamente e poeticamente significativo, necessario per aprire il campo tematico della ricerca, è proprio quello della Sacra Scrittura, campo allinterno del quale la tesi compie una succinta perlustrazione sul tema dellattesa della salvezza a partire dallesperienza del "peccato dorigine" fino agli appelli salvifici del Nuovo Testamento. La Bibbia in questo senso, come ha ricordato il Pontefice agli artisti, si rivela come un "immenso vocabolario". La ricchezza della teologia biblica della salvezza segna con forza la percezione che la Chiesa ha delle domande di salvezza proprie della cultura contemporanea, specialmente dal Vaticano II in poi. La Chiesa si riconosce in un radicale atteggiamento di ascolto e di discernimento e avverte luomo come essere di domanda e di attesa di risposte, intento a fare i conti con il proprio cor inquietum in tensione verso la pienezza della propria esistenza, la realizzazione definitiva di unautentica esistenza completa.
Pensando a un approccio teologico-letterario circa lattesa di salvezza, verrebbe innanzitutto da dedicarsi allanalisi di autori che abbiano fatto una scelta abbastanza lineare, chiara e tematica di fede. La scelta sarebbe corretta. Si tratterebbe di scrittori "teologi" che non potrebbero essere compresi in quanto artisti mettendo tra parentesi la loro fede. Tuttavia, a ben vedere, la teologia, se viene arricchita da questi contributi, può anche guardare con estremo interesse ad autori che non le vengono riconosciuti come "suoi" e questo può avvenire proprio per lindole espressiva propria delle arti e della letteratura. La Gaudium et spes lo ha evidenziato con forza.
Il nostro itinerario ha dunque inteso solcare le orme di uno scrittore contemporaneo non palesemente "teologico". Anzi le tematiche che emergono dai suoi scritti e certe modalità espressive sono apparse ad alcuni in netto contrasto con il rispetto della morale comune e della religione. Decidere di tentare lapproccio teologico a unopera simile ha dunque comportato la necessità spinosa di interrogarci sul metodo. Ma, ad esempio, con il teologo Karl Rahner e la scrittrice di fede cattolica Flannery OConnor occorre distinguere: non è la dirittura morale a dire la valenza teologica di un testo, di unopera darte. Anzi, forse al contrario, per un autore cristiano, direbbe la OConnor, "guardare alle cose peggiori non sarà per lui nientaltro che un atto di fede in Dio". Lo scrittore, e a maggior ragione il critico cattolico, non deve aver paura di guardare la realtà del peccato e dellattesa di salvezza, anche nei suoi termini più crudi.
Il punto di partenza dellapproccio teologico alla letteratura vissuto in questa tesi sta nel fatto che il testo è una successione di segni significanti che raggiunge tutta la propria capacità di significare solo attraverso la lettura: non si può parlare di significati del testo a prescindere dalla collaborazione del lettore, "costretto" a interrogarsi sulle intenzioni dellopera. Dunque la lettura non è un processo di interiorizzazione ma di interazione. Il suo significato è potenziale e fa appello ad un coinvolgimento dinamico, stabilendo collegamenti tra attese, ricordi e protensioni. Il momento in cui la letteratura raggiunge la sua maggiore efficacia è quello in cui pone il lettore nella situazione di ricevere una soluzione per la quale deve, a sua volta, trovare le domande adeguate, quelle che costituiscono il problema estetico e morale posto dallopera.
Alla luce di queste considerazioni, la tesi cerca di porre in evidenza come lopera tondelliana sia in grado di stimolare e concostituire una esperienza di attesa di una salvezza, di una "uscita di sicurezza", per usare unespressione dello scrittore. Una direzione feconda nellanalisi teologica è infatti non quella di ricercare contenuti vagamente "edificanti", ma proprio quella di entrare dentro i bisogni che la parola dellespressione umana rende con efficacia e coglierne le radici e le "linee di fuga" profonde (e dunque, probabilmente, non immediatamente visibili) in direzione delle attese fondamentali di un essere umano.
Lopera di Tondelli coinvolge e svela un volto umano, mostrando una personalità alle prese col senso del limite, dellangoscia e dellabbandono in un tempo gli anni Ottanta segnato dalluscita dal primato del politico e dallimmersione nel vortice del postmodernismo culturale e mediatico del "gran serraglio balbuziente". Tondelli si era formato in un contesto parrocchiale e di paese. Il passaggio dal proprio borgo a Bologna, la grande città postmoderna e creativa di quegli anni, ha comportato linstaurarsi di forti tensioni centrifughe e divergenti anche dal punto di vista del vissuto di fede. La sua narrativa, anche quella più apparentemente lontana dalla scelta religiosa, presenta tracce profonde della formazione precedente, specialmente di indole soteriologica.
Queste tracce non sono certo fossili, in quanto evolvono, si sviluppano fino ad approdare a un profilo teologico evidente e legato alla croce di Cristo. Anche nelle sue interviste e scritti di riflessione Tondelli, dopo aver attraversato periodi di simpatia per climi religiosi orientali, riconosce che per lui il cristianesimo è la sola strada realmente praticabile. Certo non un cristianesimo "borghese", né totalmente sereno, ma un cristianesimo, anzi un cattolicesimo inquieto che sa citare come riferimenti J. Danielou, K. Barth, D. Bonhoeffer, P. Teilhard de Chardin, dom H. Cámara, il card. M. Pellegrino, don Mazzolari e don Milani. Questa inquietudine, che da bisogno prende lentamente il volto dellattesa, ha il potere di scuotere il lettore che non si pone domande e che non percepisce la sua radicale condizione di essere in attesa di salvezza perché si sente "sazio". Tondelli scrive chiaramente che ha sempre detestato la gente soddisfatta, si muove allinterno di un bisogno di assoluto e trova davanti a sè "crepe e abissi".
Il contesto culturale degli anni Ottanta è segnato da spinte che potremmo dire prometeiche e dionisiache, intese come forme di desiderio. Esse non sono da scartare come nefaste in sé, ma semmai si deve constatare che falliscono irrimediabilmente, se la loro forza non è ricentrata proprio sull"attesa". Se alle forme dionisiache o prometeiche di desiderio venisse dato credito definitivo, la vocazione iscritta nelluomo sin dalla creazione si tramuterebbe in tentazione: luomo vorrebbe procacciarsi da solo la salvezza. Tondelli in fondo esprime il fallimento cosciente di questa via.
Daltra parte la salvezza, anche se non è semplicemente conforme al bisogno umano, incontra luomo che ha di essa concreto bisogno. NellIncarnazione Dio ha assunto la natura bisognosa delluomo. La salvezza può sovvertire i bisogni umani, ma il grido delluomo parte proprio dal bisogno. Se luomo non provasse radicalmente e sperimentalmente questa ferita, il kerygma gli scivolerebbe addosso. Da qui la necessità di un esame attento di come questo bisogno si manifesta e si esprime. In Tondelli troviamo limmersione nelle forme prometeiche e dionisiache e dunque ci siamo trovati ad affrontare direttamente la dimensione del bisogno della salvezza espresso in queste modalità per coglierne le radici e le "linee di fuga" e di "at-tesa". Attraversare lopera tondelliana risulta essere proprio un attraversamento di questattesa. La salvezza è non un "dopo", un "al-di-là", una meta, ma un cammino, un attraversamento sostanziato dal desiderio.
La prima parte di questopera (Altri Libertini, Pao Pao) si ritrova allinterno di una tensione tra Legge e Grazia, alla ricerca di una salvezza intesa come Eden perduto. Abbiamo visto in effetti come luomo, di natura propria, nasce "appagato", protetto e avvolto dallesperienza del grembo materno. Tuttavia intendere il desiderio come un mero "ritorno" a quella condizione iniziale, a quellEden perduto, chiuderebbe la tensione delluomo in un narcisismo senza sbocchi. La salvezza cristiana non si deduce dai bisogni delluomo, neanche dal suo bisogno di totalità. La salvezza può solo essere "invocata". Nelle storie di Altri libertini la cifra per comprendere il libertinaggio "altro" dei giovani protagonisti è in modo esplicito la salvezza. Accade una sorta di "discesa agli inferi" espressa in termini giudicati anche offensivi per la morale e la religione.
Tuttavia, a ben guardare, nei primi scritti tondelliani si avverte lesigenza di una dimensione ulteriore verso la quale si viaggia in una sorta di "assoluto avventuroso". La conclusione sarà che la radice dellamore per la vita non appartiene al libertino: "Io penso che chi ama la vita non sia un gaudente, il libertino, ma il monaco perché questi cerca lassoluto". Il senso del bisogno, della penuria, dellattesa e della ricerca sono date innanzitutto da questa apertura selvaggia ad un al-di-là. Come Rimbaud afferma nella sua Une saison en enfer che la "carità" è la "chiave" per la libertà nella salvezza, così Tondelli alla fine della sua vita, quando si sentirà addosso la sorte dei suoi personaggi, si rivolgerà alla Traduzione della prima lettera ai Corinti di Giovanni Testori, il più rimbaudiano dei poeti italiani, per avere risposta: "Se [ ] non ho carità,/ cembalo sono/ che appena tinnisce". Gli "altri libertini" in realtà sono giovani che fanno lesperienza paolina della sottomissione alla carne e alla Legge, proprio in virtù della schiavitù della "paura della morte" (Ebr 2, 15).
In Altri libertini manca quella superbia che impedisce di attendere una salvezza. Qui si ha bisogno di un intervento che possa attuare un processo di "redenzione". La "stagione allinferno" prende corpo e forma grazie ad una percezione di tipo pascaliano: i personaggi si autointerpretano come "scartini" nelluniverso. Tuttavia non vengono consegnati irrevocabilmente ad una situazione di precarietà senza soluzione. La loro perifericità, oltre a creare una situazione di affiatamento e di solidarietà nellessere marginali, rende viva lattesa di un altrove generoso, al di là dello spaesamento.
In Pao Pao domina il "vagare per sentieri che non conosciamo" alla ricerca disperata di una "misteriosa e armonica frequenza che schiude il senso e fa capire". Si tratta di qualcosa di più del legame creato dalla fantasia tra istanti della vita: tocca con candore i significati dellesistere e non solo le sue rappresentazioni. Lantropologia in nuce in queste pagine vede dunque luomo come perso nelluniverso, smarrito, ma cosciente di avere in sé uninquietudine che lo spinge sempre a trovare una via duscita che lo salvi da un vagare anodino. Il senso cè, ma spesso non è dischiuso. Ciò che può dischiuderlo è una "misteriosa" e "armonica" frequenza. Il richiamo al mistero dice che luomo-"scartino" non è accartocciato irrimediabilmente su se stesso, ma è aperto al senso. In attesa, nella condizione di precarietà, anche la sessualità "generosamente" abnorme e laffiatamento del branco ci indica la ricerca di un territorio di autenticità, di donazione, di comunicazione senza barriere in un contesto segnato da una desolazione del terreno che qualcuno ha voluto accostare a quella espressa da Jacopone da Todi.
Nella scrittura saggistica del Weekend postmoderno Tondelli si immerge nel contesto degli anni Ottanta, rivelando linevitabile dissolversi delle luci al neon di una società impostata sulla spettacolarizzazione: vanità delle vanità. Lossimoro degli stili della società che emerge nelle due opere è un grido contro linautenticità e la dannazione generazionale, intrisa di una cultura della trasgressione che rende impossibile una parola di salvezza. Locchio tondelliano è felicemente strabico: ora è rivolto allattualità delleffimero e del superficiale, ora invece è tutto concentrato sullessenziale, sulle dinamiche profonde, restituendo al lettore la necessità di compiere un discernimento attento. Lattesa resta viva, ma assume i toni ora della tragedia ora dellironia. Tondelli infatti approfondisce il suo sguardo verso le corde più profonde dellanimo umano alla ricerca di quel punto sensibile che porta luomo su una "soglia", che stabilisce il limite dopo il quale egli non può che trasformarsi radicalmente in un essere di attesa e di desiderio. Lesperienza della soglia è una esperienza di inferno e paradiso: di desolazione e di apertura radicale e morbida dellessere personale alla "contemplazione".
In Dinner Party lattesa è tenuta viva grazie al continuo sbatter la testa da parte dei personaggi sul muro di unesistenza senza porte né finestre. Il punto fermo è la coscienza, che è cassa di risonanza e di elaborazione critica dei significati. Si ha spesso limpressione che la "mondanità" tondelliana sia solo un bluff o un residuo di provincialismo o un tentativo di essere à la page in un contesto artistico molto esuberante e frizzante. Le sue pagine più autentiche infatti sono quelle legate alla solitudine, alla riflessività, ai territori più interiori dunque e meno luccicanti.
Con Rimini si approfondisce questo spazio interiore a confronto con un contesto di vita che appare come lapoteosi dellinautenticità, il "divertimentificio" della riviera riminese. Al di là del fallimento di un prometeismo daccatto restano delle tensioni centrifughe che definiscono luomo come bisognoso di assoluto. Le crepe e gli abissi sono aperte dallesperienza dellinsoddisfazione e dellabbandono. Rimini rappresenta la narrazione nella quale una sorta di "poetica del trascendere", come la potremmo definire in breve, si presenta con connotazioni dichiaratamente religiose: linquietudine di amare Dio, la ricerca inesauribile di Lui, il non accontentarsi di averlo trovato, il voler al di là di ogni soddisfazione riposare in Lui, il vedere crepe e abissi dove gli altri vedono piccole fessure, la sua Grazia come guida alla vita. Egli è mosso da quellirrequietezza così ben descritta quattro secoli fa dal poeta teologo George Herbert quando, resosi conto che Dio dà tutto alluomo, bellezza, sapienza, onore, gioia, ma non la quiete, fa dire al Creatore:
Tenga pure, dunque, tutto il resto,
Ma lo tenga in dolente irrequietezza;
Sia ricco e inquieto, in modo che alla fine
Se non lo guida bontà, linquietudine
Lo getti sul mio petto.
(The pulley La puleggia)
Nelle espressioni tondelliane anzi riconosciamo una sorta di eccedenza di Grazia rispetto alla capacità umana che spinge luomo stesso allautotrascendenza: "Cercherai Dio per tutta la vita e questo basterà a salvarti". La via del raggiungimento della salvezza attraversa lesperienza dellinsufficienza, o meglio, della vanità e dellinadeguatezza: crollano gli idoli affettivi, di successo o di creatività riconosciuta e si apre lo spazio dellattesa, scandito da quella sorta di "calendario litugico" che è Biglietti agli amici. Sarà Camere separate infatti, cioè il romanzo successivo, a dare una dimensione più esplicitamente cristiana allattesa della salvezza emersa negli scritti precedenti. Si tratta del romanzo più ustionante per lo scrittore che, in una lettera al suo editore francese, scrive: "sto lavorando a Camere separate, strappandolo letteralmente dalla mia pelle". Qui cogliamo almeno alcune emergenze rilevanti :
1. lesperienza della corporeità diventa cifra di trascendenza. Nonostante tutte le ambiguità, lesperienza della corporeità sessuata non è "prometeica" nè "dionisiaca" né meramente gaudente. È invece intrinsecamente legata allesperienza della finitudine, della precarietà, dellappello, di un rinvio anche connotato teologicamente. Il corpo porta con sé il sigillo della finitezza e, proprio per questo, è cifra di un rinvio al di là di sé. Non troviamo dunque una superbia del corpo soddisfatto e appagato, ma la direzione di una tensione che non intende annullare la finitezza del cor inquietum, ma che anzi la proietta verso il superamento doloroso di un narcisismo fondamentale
2. la scrittura assume i toni della meditazione, di un lavoro interiore di scavo. Tondelli, come abbiamo dimostrato nella tesi, assume (a volte letteralmente copia) alcune espressioni di un libro di meditazioni sulla preghiera e li riversa nella propria scrittura, reinterpretandola nella linea del discernimento. Il cosciente rifiuto di certo sperimentalismo verso cui spingeva il clima letterario degli anni in cui Tondelli scriveva trova in questo approccio meditativo una conferma e un sigillo
3. la sofferenza dellabbandono rinvia allabbandono di Cristo crocifisso e allesperienza di superamento, di resurrezione. La morte del personaggio Thomas è letta alla luce della Passione di Cristo. Anche alcuni ricordi d'infanzia di Leo, il protagonista, sono illuminati da questa luce. Più avanti però a quella figura del "Cristo Morto, con le ferite sanguinanti, la corona di spine, i buchi dei chiodi, il costato lacerato" si sovrappongono sia l'immagine di Thomas "torturato e morto" sia la prefigurazione del corpo già morto del protagonista Leo. Il Tondelli autore di queste pagine sapeva già che la malattia non lo avrebbe risparmiato. Cristo, Leo e Thomas si incontrano nellabbandono, in questa loro "discesa agli inferi". Si tratta di quell'esperienza così efficacemente descritta dal card. Ratzinger in una sua meditazione sul Sabato Santo. Egli infatti considera l'inferno come un "abbandono talmente profondo, da non permettere più ad alcun "tu" di giungervi". Ma, continua, là "dove nessuna voce è più in grado di raggiungerci, Cristo è tuttora presente. [ ] in seno alla morte pulsa ora la vita". E Tondelli in modo simile scrive: "proprio in quellAltrove, che è lo spazio del dolore e dellabbandono, si cela Dio". La solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che essa è stata abitata da Dio stesso.
4. In questa esperienza Leo recede dalla "cancellazione dellAssoluto" e il percorso esistenziale diviene attraversamento di un lungo sabato santo, un cammino nella notte oscura della desolazione verso una accettazione della finitezza e laccoglienza del "seme di vita sepolto nella propria mortalità". L'esatto contrario del celebre "Discorso del Cristo morto" (1789) di Jean Paul (Richter) che si conclude con il "silenzio del vuoto spalancato". La speranza dunque, nonostante tutto, resta viva e di questa grazia il protagonista Leo sarà custode: "Lui culla, nel profondo, questo seme, lo scalda, assiste alla sua crescita cercando di crescere con lui", celebrando "come liturgia la vita stessa". Siamo nel territorio della salvezza, una salvezza che corrisponde alle attese fondamentali di un essere umano e che vive una dinamica chiaramente pasquale. Contro lesperienza paralizzante della morte troviamo la tensione alla speranza, segnata dalla puntura di un insolito "metaphysical bug".
Negli ultimi scritti inediti dospedale Tondelli comprende come il senso più profondo del percorso degli "altri libertini", protagonisti della sua prima raccolta, ora egli lo stia vivendo sulla propria pelle. Il processo di discernimento si approfondisce, si allarga, diventa come lo definisce lo scrittore negli appunti per un'opera mai realizzata dal titolo Sante Messe "la santità, il percorso che io cerco di intraprendere". Come non mai, Tondelli si rende conto che la letteratura non salva. Giunge a questa conclusione in un appunto da lui scritto di notte e con la mano tramante e da me ritrovato, non senza stupore e commozione, allintero dellultimo libro che egli ha letto: la Traduzione della prima lettera ai Corinti di Testori. Scrive Tondelli: "la letteratura non salva, mai [ ]. Lunica cosa che salva è lAmore, la fede e la ricaduta della Grazia". Forse è un ricordo bruciante e vivo di una espressione scritta da un altro autore irrequieto, J. Cocteau in una sua lettera a J. Maritain: "La letteratura è impossibile [ ] solo lamore e la Fede ci consentono di uscire da noi stessi". Le ultime parole che Tondelli scrisse sono: "La Preghiera continua, le suore che alle 3 dicono le lodi, c'è qualcuno che prega per te ". Si conclude così litinerario ardente e complesso di uno scrittore il cui percorso si configura radicalmente come unattesa di salvezza.