LA «PASSIONE PER LE STORIE» TRA LUCI ED OMBRE

Da Tondelli al recente fenomeno dei «giovani narratori»

 

di Antonio Spadaro

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Un fenomeno letterario sembra ormai affermarsi decisamente nel nostro paese: giovani e giovanisimi (1), che non hanno comunque compiuto trent'anni, scrivono romanzi o racconti di successo, vincendo premi e vendendo anche migliaia di copie in poco tempo. Si tratta di giovani in formazione, che creano aspettative e speranze: «Il bello con gli scrittori giovani è che invece di una recensione, gli si può fare l'oroscopo» (2). Tuttavia c'è chi come Cesare De Michelis, direttore della casa editrice Marsilio, si interroga: «Non saremo ricaduti nella corsa sfrenata al caso, al fenomeno?» (3). Cercheremo qui di inquadrare rapidamente alcune delle questioni che sono sollevate da questo fenomeno giovanile (4).

Alle radici del fenomeno: il laboratorio di Pier Vittorio Tondelli

Tra il 1985 e il 1990 Pier Vittorio Tondelli ha varato una sorta di laboratorio di scrittura - dal titolo "Under 25"- che ha coinvolto molti giovani italiani e che ha generato tre raccolte antologiche pubblicate: Giovani Blues, Belli & perversi e Papergang. Il fine di Tondelli non era quello di andare a caccia di nuovi esordienti, ma quello di dare un volto progettuale al desiderio e alla pratica della scrittura giovanile, scommettendo sul fatto che non è affatto vero che i ragazzi «produrranno soltanto graffitini e decorini, sculturine di capelli e musichette da Tempo delle mele» (5). Presentando su Linus il progetto "Under 25", Tondelli scriveva delle parole essenziali, quasi un "testamento" letterario per giovani desiderosi di scrivere. Suggeriva Tondelli:

 

«Scrivete non di ogni cosa che volete, ma di quello che fate. Astenetevi dai giudizi sul mondo in generale (ci sono già i filosofi, i politologi, gli scienziati ecc.), piuttosto raccontate storie che si possano oralmente riassumere in cinque minuti. Raccontate i vostri viaggi, le persone che avete incontrato all'estero, descrivete di chi vi siete innamorati, immaginatevi un lieto fine o una conclusione tragica, non fate piagnistei sulla vostra condizione e la famiglia e la scuola e i professori, ma provatevi a farli diventare dei personaggi e, quindi, a farli esprimere con dialoghi, tic, modi di dire. [...] Raccontate di voi, dei vostri amici, delle vostre stanze, degli zaini, dell'università, delle aule scolastiche. Ricordate che quando vi mettete a scrivere, state facendo i conti con un linguaggio fluido e magmatico che dovrete adattare alla vostra storia senza incorrere nello stile caramelloso della pubblicità o in quello patetico del fumettone. Il modo più semplice è scrivere come si parla (e questo è già in sé un fatto nuovo, poiché la lingua cambia continuamente), ma non è il più facile. Non abbiate paura di buttare via. Riscrivete ogni pagina, finché siete soddisfatti. Vi accorgerete che ogni parola può essere sostituita con un'altra. Allora, scegliendo, lavorando, riscrivendo, tagliando, sarete già in pieno romanzo» (6).

 

L'invito imperioso è a scrivere, entrare nel mondo della magia della parola con la fedeltà al proprio mondo. Aveva ragione in questo senso Giorgio van Straten a definire che il senso della realtà è «che oggi la sede del significato non è più la storia, ma il quotidiano, il piccolo, il ravvicinato» (7). Questo vuol dire che i giovani sentono che c'è la «Storia», ma ci sono anche le «storie», personali, intense, che portano in sé il desiderio di essere comunicate, condivise attraverso varie forme espressive: la scrittura è avvertita, nonostante tutto, come un canale di espressione creativa, senza dimenticare che «raccontare storie è anche prestare ascolto a altri che raccontano una storia, è una risposta alla consapevolezza di ciò che siamo» (8). Il progetto di Tondelli, a cavallo tra sociologia letteraria e indagine letteraria, è stato uno degli elementi fondamentali che ha avviato in Italia un vasto emergere di scritture giovanili.

 

La questione «della lingua» o «dei linguaggi»?

Tuttavia oggi la comunicazione -sempre più a collage e frammentata- avviene attraverso molti mezzi e una delle questioni principali sollevate dalla scrittura giovanile è appunto rappresentata dalla sua intimissima fusione con i linguaggi di cinema, arti visive, fumetto, video e soprattutto della musica: «penso dunque suono», recita un recente supplemento del mensile Smemoranda. La letteratura italiana per i nostri giovani è aristocratica, aulica, distante, troppo distante: non sembra esserci alcun legame visibile con la tradizione letteraria del nostro paese. Sono sintomatiche le espressioni di Daniele Del Giudice: «se vuoi riallacciarti a una tradizione, anche per rinnovarla, chi prendi?, Svevo? D'Annunzio? Pirandello? Sono tutti universi chiusi in sé, senza mai una linea di continuità, e questa mancanza di tradizione negli ultimi anni è diventata drammatica» (9). Al contrario le radici sono di frequente rintracciate in ambito musicale. L'immaginario giovanile ha bisogno di vari materiali per trovare una espressione e la letteratura è solo uno di questi. E' questa anche, secondo Tondelli, la lezione di J. Kerouac, che ha avvicinato la pagina scritta ai ritmi della musica urbana e metropolitana, scrivendo come se componesse musica: «Sentirsi alla macchina da scrivere come alla tastiera di un pianoforte, suanando il jazz. Il ritmo della frase - ora sincopato, ora disteso- riproduce e ricerca sulla pagina una andamento musicale. Il fraseggio degli strumenti che dialogano fra loro in una jam session diventa il rincorrersi sulla pagina di motivi narrativi [...] che si inseguono e si intrecciano, dando vita a una vera e propria partitura musicale» (10).

Questo è valido per i «libri» dei giovani che si mettono a scrivere: «questi libri non nascono da altri libri, ma dalla necessità di rispecchiare una condizione possibile solo attraverso il rock, le discoteche, l'immaginario prorompente dei fumetti e dei videoclip» (11). E non bisogna dimenticare le suggestioni che provocano gli echi letterari di un guppo come gli Smiths (Joyce, Dylan Thomas, Sartre, Musil, Genet), e la passione per la "poesia" di Bob Dylan, Joan Baez, dei Beatles, di Jim Morrison e Patty Smith, che amavano citare Baudelaire e Rimbaud. In questo vulcano linguistico anche le regole della costruzione del testo possono diventare flessibili: la scrittura può assumere anche delle sgrammaticature, può essere paratattica all'estremo, ciò che è proprio di un linguaggio di potenza e di forte carica emotiva, di intenso coinvolgimento personale. Imparare la lingua serve anche, ha scritto Tondelli, ad «avere poi la possibilità di muoverci e di percorrerla secondo la nostra fantasia».

E' sintomatico di una sensibilità allora notare come Maria Menocal, docente all'Università di Yale, abbia posto in parallelo la questione sul volgare dantesco e il problema della musica rock, giungendo a comparare Petrarca e Jim Morrison. Così anche è significativa la riscoperta da parte di G. Celati dell' «emiliano illustre» quattrocentesco dell' Orlando innamorato del Boiardo, in cui c'è una pratica della lingua che si allarga dallo stile aulico alla parlata popolare, al di là di ogni standardizzazione rigida tra "scritto" e "parlato" (12).

 

La questione dell' «anima letteraria»: tra vitalismo e malinconia

Recentemente Goffredo Fofi, parlando dei giovani narratori ha sottolineato la distinzione tra «l'anima giocosa e magari superficiale ma vitale della gioventù, e l'anima malinconica, ripiegata e romantica e dunque un tanto e molto mortuaria». I giovani autori italiani di successo mostrerebbero a suo giudizio in genere solo la prima, pur celando un livello inconscio «sotterraneamente cupo, malato, affascinato o oppresso da immagini di morte» (13). Ma è proprio dell'adolescenza muoversi tra vitalità e malinconia. Se il tempo dei "trent'anni" è il futuro anteriore - futuro che contiene in sé una dimensione di passato-, il tempo di questa giovinezza sembra essere un tempo che non c'è: l' "imperfetto presente" (14), un passato che vive nel presente la propria imperfezione. Appare emblematico che una figura come quella di Siddharta continui ad affascinare i giovani, proprio perché personaggio "alla ricerca" tra passioni e malinconie.

 

Il pericolo: il provincialismo della coscienza e lo scoop editoriale

Ma se tra vitalismi e malinconie la coscienza (l' «io narrante») si richiude nella angusta «provincia» di uno sguardo limitato e sperso, la scrittura giovanile corre il serio pericolo di naufragare nella banalità. Questo, ovviamente, non è vero per tutti i giovani che scrivono, tuttavia spesso, occorre dirlo, non si trovano le tracce del lavoro di scavo di un "al-di-là" della cosa emozionante. In una parola: manca il discernimento. E con il discernimento anche il dubbio, le perplessità e così dunque la novità: il mondo che troviamo nelle pagine giovanili è spesso avvolto da un nichilismo scialbo, frutto di disorientamento esistenziale e incapacità di avere occhi per cogliere la realtà non con scettica ironia, ma con incisiva coscienza critica. Non senza realismo Fulvio Panzeri ha affermato: «Questi giovani scrittori, in realtà, altro non sono che ragazzi che scrivono diari facendo finta di scrivere racconti» (15).

Se si coniuga tutto ciò con il desiderio da parte degli editori e di certa critica della «caccia» al «giovane narratore» comprendiamo il grosso rischio della mistificazione. A questo punto però la progettualità di Tondelli, che abbiamo posto alla radice del fenomeno dei giovani narratori, sembra essersi del tutto smarrita.

 

Conclusione

La letteratura non è un fatto compiuto, anzi è «il territorio più aperto» (16) e ai giovani narratori va un incoraggiamento, a patto che l'ansia principale non sia la pubblicazione dell' «esordiente», ma la voglia di comunicare e di raccontare. Allora perché su questa linea non valorizzare tutta le iniziative possibili per far emergere la passione per la scrittura e per le storie, che molti giovani si portano dentro? E questo senza usare necessariamente termini ingombranti e scomodi come «letteratura», «sctittore»... Viene in mente l' invito che faceva Franco Fortini quando, pensando ai giovani, invitava a proporre loro «esercizi sulla lingua, da quella d'uso a quella letteraria, per sincronia e diacronia, addestrando alle articolazioni retoriche, alle sinonimie, alle versioni fra linguaggi speciali, alle parafrasi, alla traduzione, alla stesura di testi scritti o destinati alla dizione, finalizzati a diverse occorrenze [...]. Insomma tutto quel che fu a fondamento della scuola gesuitica» (17). Non vuoti esercizi di stile, ma allenamento espressivo.

La pratica della scrittura d' "autore" richiede facoltà temperate da riscritture, meditazione, letture, pazienza: è inevitabile e giustamente, se vogliamo che la parola permanga nella propria consistenza e non diventi "chiacchera" o rumore. E' importante imparare a discernere, a capire, a valutare, a meditare, senza tuttavia che la rimeditazione stemperi la vitalità e l'impellenza che si può avvertire nel desiderio dei giovani di raccontare se stessi e la propria generazione.


NOTE

1. Come, solo per citare i tre di cui più si parla, Silvia Ballestra (1969), Enrico Brizzi (1974) e Giuseppe Culicchia (1966). Non ci si riferice al "caso" di Susana Tamaro, la quale già rispetto a questa fascia è "anziana".

2. Vignetta di Pericoli e Pirella su la Repubblica, 6 maggio 1995.

3. Cit. in P. DI STEFANO, «Identikit degli esordienti di fine secolo», in Corriere della sera, 19 maggio 1995.

4. Rinvio per una analisi più approfondita al mio «Giovani narratori tra esuberanza e smarrimento: G. Culicchia, S. Ballestra, E. Brizzi», in Civiltà Cattolica II (1995) 118-131.

5. P. V. TONDELLI, Un Weekend postmoderno. Cronache dagli anni ottanta, Milano, Bompiani, 1993, 327.

6. Ivi, 328.

7. Cit. in F. PANZERI, «I giovani narratori: liberi o integrati», in Avvenire, 27 aprile 1990.

8. Parole di Tondelli in una intervista di F. Panzeri pubblicata su Panta 9 (1992) 363.

9. Cit. in Ivi, 50-51.

10. P. V. TONDELLI, L'Abbandono. Racconti dagli Anni Ottanta, Milano, Bompiani, 1993, 16.

11. Frase di Gaetano Cappelli cit.in A. DENTICE, «scrivere da Rock writers», in Musica!, suppl. a la Repubblica 29 Marzo 1995, 18

12. M. R. MENOCAL, Shards of Love. Exiel and the Origins of the Lyric, Durham & London, Duke University Press, 1994, 179. Cfr. G. CELATI, L'Orlando innamorato raccontato in prosa, Torino, Einaudi, 1995.

13. G. FOFI, «Anima e corpo ansiosi d'identità», in Il Sole-24 Ore, 4 dicembre 1994.

14. Cfr. R. CAMPANILE - F. GATTINI - M. TASSINARI, Cadaveri e papere - Passati remoti e imperfetti presenti (pro manuscripto).

15. F. PANZERI, «I replicanti di Tondelli», in Avvenire, 23 maggio 1995.

16. I. BACHMANN, Letteratura come utopia, Milano, Feltrinelli, 1992, 110.

17. F. FORTINI, Il Sole-24 ore, 29 agosto 1993.